Quando il barcone arriva sulle nostre coste, il processo è già finito.
Io guardo con occhio critico al fenomeno dell’immigrazione moderna, soprattutto per come essa viene concepita e affrontata dalle nazioni che la subiscono. Non considero l’immigrazione di massa un fenomeno normale, inevitabile e tantomeno necessariamente positivo. Credo, al contrario, che quando milioni di persone abbandonano i propri Paesi per trasferirsi stabilmente in altri, spesso molto lontani per storia, cultura e condizioni economiche, ci si trovi davanti a un fenomeno che dovrebbe essere analizzato nelle sue cause prima ancora che nelle sue conseguenze.

Essere critici verso l’immigrazione, però, non significa essere ostili a prescindere nei confronti degli immigrati. Sono due cose completamente diverse. Una cosa è giudicare un fenomeno politico, economico e sociale, un’altra è giudicare l’uomo che, trovandosi dentro quel fenomeno, cerca semplicemente di migliorare la propria condizione. Anzi, proprio perché guardo criticamente all’immigrazione, trovo insufficiente concentrare tutta l’attenzione sull’immigrato che arriva, come se la storia cominciasse nel momento in cui mette piede sul nostro territorio.
Qui, su questa premessa, secondo me, nascono le errate interpretazioni e gli errati approcci da parte di chi osserva questo fenomeno, sia da destra sia da sinistra, seppur per ragioni completamente diverse.
La destra tende a osservare il fenomeno dalla sua parte finale. Vede il barcone, il confine attraversato, il centro di accoglienza, il quartiere nel quale aumenta rapidamente la popolazione straniera, i problemi di integrazione, di sicurezza e di convivenza. Sono questioni reali e sarebbe altrettanto sbagliato negarle. Ma la retorica diventa quasi sempre: fermare gli sbarchi, chiudere le frontiere, aumentare i rimpatri. È una politica che interviene quando il processo migratorio è ormai arrivato alla sua ultima fase.
La sinistra, dall’altra parte, commette secondo me l’errore opposto. Ha progressivamente trasformato una questione politica, economica e sociale enorme in una questione prevalentemente morale. Il discorso finisce così per dividersi tra chi vuole accogliere e chi vuole respingere, tra chi è solidale e chi non lo è. Ma l’accoglienza risponde alla domanda su cosa fare con una persona che è già arrivata. Non risponde alla domanda sul perché milioni di persone continuino a partire.
Nessuno di loro nei decenni si è mai posto il problema di verificare un attimo prima dello sbarco cosa succede. Destra e sinistra, pur arrivando a conclusioni opposte, finiscono paradossalmente per osservare lo stesso momento del fenomeno: l’arrivo. Una vuole impedirlo, l’altra .ne ha fatto una questione morale contro la violenza razzista, ma entrambe hanno scelto, certamente per convenienza e con molta superficialità, di iniziare la loro narrazione rispettivamente più affine troppo tardi.

Prima del migrante che arriva in Europa c’è infatti una persona che lascia il proprio Paese. Ci sono le condizioni economiche, politiche e sociali che rendono possibile o necessaria quella partenza. Ci sono guerre, destabilizzazioni, povertà, sfruttamento delle risorse, economie locali fragili o distrutte, enormi differenze nelle condizioni di vita. E ci sono interessi economici e geopolitici che agiscono dentro queste realtà e che, secondo me, non possono essere esclusi dall’analisi perchè da lì nasce la destabilizzazione.
Io guarderei ciò che è accaduto alla sua economia, alla sua terra, alle sue risorse. Guarderei le guerre, gli interessi economici, le grandi potenze che si contendono le materie prime, le multinazionali con i loro interessi, e il denaro. E poi seguirei quell’uomo lungo tutto il viaggio, fino al lager che lo ospiterà in Libia nel quale sarà schiavo, fino al campo nel quale probabilmente giungerà e raccoglierà pomodori per pochi euro o alla periferia europea nella quale gli verrà spiegato che finalmente è stato integrato, quando invece non è vero!
Lo seguirei e gli direi che non si integrerà, che i suoi figli non si integreranno e che, probabilmente, vivendo ai margini della società, diventeranno dei delinquenti, delle minacce per la sicurezza di altri poveri come lui, che condividono gli stessi spazi.
E forse scopriremmo qualcosa di molto scomodo, che quelli che sembrano essere i protagonisti dello scontro, l’immigrato e il cittadino che ne teme l’arrivo, potrebbero essere entrambi gli ultimi anelli della catena.
Il primo teme di morire di povertà, il secondo teme di perdere il proprio lavoro, il proprio salario, il proprio quartiere, la propria sicurezza, la propria identità. E mentre questi due uomini vengono messi l’uno contro l’altro, il potere economico che può trarre beneficio dalla debolezza di entrambi rimane fuori dalla discussione.
La domanda politica sarebbe infinitamente più difficile: perché quest’uomo è dovuto partire?
Chi ha guadagnato dalla sua partenza?
Chi guadagnerà dal suo arrivo?
E soprattutto, perché destra e sinistra discutono furiosamente dell’ultimo chilometro del suo viaggio e così poco delle migliaia di chilometri che lo hanno preceduto?
Se si vuole essere realmente contrari all’immigrazione incontrollata, bisogna essere contrari con la stessa fermezza anche a tutto ciò che la rende economicamente conveniente: caporalato, lavoro nero, sfruttamento della manodopera, salari da fame, affitti irregolari e sovraffollati e imprese che utilizzano lavoratori estremamente vulnerabili perché più facilmente ricattabili.
Non si può essere durissimi con l’immigrato che arriva e molto più indulgenti con chi quell’immigrato lo sfrutta. Se un imprenditore sa di poter trovare continuamente persone disposte, per necessità, ad accettare condizioni che altri lavoratori rifiuterebbero, esiste evidentemente anche una convenienza economica legata all’esistenza di questa massa di manodopera.
Ed è qui che trovo ancora una volta particolarmente incomprensibile l’atteggiamento di una certa sinistra. Una cultura politica che storicamente ha fatto della difesa del lavoro e della parte più debole della società uno dei propri fondamenti, dovrebbe essere la prima a domandarsi quale effetto produca sul mercato del lavoro la disponibilità continua di uomini poveri, sradicati e facilmente ricattabili. Dovrebbe chiedersi chi ci guadagna dalla loro debolezza e chi trae vantaggio dal fatto che esistano persone disposte ad accettare salari e condizioni che un lavoratore maggiormente tutelato difficilmente accetterebbe.
E comunque il ragionamento deve necessariamente andare ancora più indietro.
Io credo che molti dei fenomeni che osserviamo nei Paesi di destinazione siano direttamente collegati a ciò che avviene nei Paesi d’origine. Credo che sia legittimo interrogarsi sugli interessi che possono contribuire a creare o mantenere condizioni favorevoli agli esodi di massa e chiedersi chi, lungo questa enorme catena, finisca per trarne beneficio.
Trecento anni fa era considerato legittimo che le navi schiaviste raggiungessero le coste africane e che esseri umani venissero catturati, imbarcati e trasportati dall’altra parte dell’oceano. Oggi una cosa del genere sarebbe moralmente e giuridicamente inaccettabile. Naturalmente non sto dicendo che immigrazione e schiavitù siano la stessa cosa. Il punto del paragone è un altro, siamo sicuri che sia scomparso anche l’interesse economico ad avere grandi masse di uomini poveri disponibili a lavorare a condizioni che altri non accetterebbero?
È questa la domanda che vorrei fosse posta.
Se guardiamo soltanto l’ultimo tratto della catena, finiamo inevitabilmente dentro la contrapposizione sterile tra destra e sinistra. Da una parte “fermiamoli”, dall’altra “accogliamoli”. Io credo che il problema sia molto più grande.
Bisognerebbe seguire l’intero percorso: perché partono, chi guadagna dal loro viaggio, quali condizioni trovano quando arrivano e chi trae vantaggio dalla loro vulnerabilità.
Ecco quindi che si ripresenta la riflessione personale che ho riportato all’inizio di questo articolo: io sono personalmente contrario al fenomeno dell’immigrazione, ma mi oppongo ad esso nella sua interezza. Sono contro le multinazionali che depredano le materie prime di cui sono ricchi i Paesi del Terzo Mondo, distribuendone i benefici a pochi; sono contrario a coloro che li adescano nei Paesi d’origine con l’illusione di una vita migliore da integrati; sono assolutamente contrario ai centri di detenzione in Libia, dei veri e propri campi di concentramento dove si radunano schiavi che vengono sottoposti alle peggiori angherie; sono contro quei governi europei che sanno che, in quei lager, la maggior parte dei detenuti vuole tornare a casa e non fanno nulla affinché ciò avvenga; sono contro le ONG che fanno da taxi del mare, tenendosi in contatto con gli scafisti che forniscono loro le coordinate; sono contro i centri d’accoglienza, le cui falle sono sotto gli occhi di tutti; sono contro le mafie che li arruolano per sfruttarli o per alimentare la propria rete criminale; sono contro i caporali che li mettono in cento dentro un capannone e li fanno lavorare sedici ore al giorno sotto il sole cocente con una bottiglia d’acqua da 33 cl; sono contro chi li assume per quattro soldi al mese; sono contro chi li guarda pensando: “Ecco, ci stanno invadendo”.
Nessuno dei partiti attualmente in Parlamento può dirsi su questa linea d’onda, perché esserlo veramente implica la consapevolezza che, per risolvere definitivamente il problema dell’immigrazione, bisogna sovvertire il sistema di cui essi stessi sono attori protagonisti. Per farlo ci vogliono cultura, spessore morale, onestà intellettuale, forza, voglia di mettersi in discussione, coraggio e visione. Qualità ad oggi inesistenti nella classe dirigente.
E per questo saremo sempre lì, condannati all’interno di un derby a base di fuffa, barcamenandoci tra chi regge uno striscione con su scritto “remigrazione” e chi ne regge un altro con su scritto “restiamo umani”, senza capire un cavolo di niente oltre quello che sta facendo.

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